Il culto del divieto

Qualche giorno fa ho commentato un post relativo all’abbassamento del limite di velocità a 30 km/h esteso a tutta la parte centrale della città di Bologna. Ovviamente molti commenti erano il solito e sconfortante teatrino di battaglie di bandiera. L’amministrazione comunale per ora sta sbandierando i successi di questa misura: principalmente una riduzione degli incidenti e dei feriti (https://www.comune.bologna.it/notizie/citta-30-calano-incidenti). Il dato è positivo ma poco attendibile visto che prende in considerazione un lasso di tempo troppo breve.

Il problema è che manca, come al solito, una visione di sistema.  Io non sono contrario alla riduzione del limite di velocità. Sono contrario al modo in cui è stata attuata. Come al solito l’Italia rende omaggio al culto del divieto: la libertà è vista come dannosa e pericolosa in sé e per sé. L’errore di Bologna, secondo me, è stato nello sbandierare mediaticamente il limite di velocità come una conquista di civiltà e una panacea dagli incidenti stradali.

Il limite serve se è coerente con l’ambiente urbano

Mettere un limite a 30 km/h di per sé è neutro. Le autorità devono prima valutare come si inserisce questo limite nell’ambiente in cui viene imposto. Il limite di velocità deve essere un elemento di coerenza in un sistema già intrinsecamente sicuro. Come si rende una città sicura? Molto semplice: con una buona manutenzione delle strade, con una segnaletica stradale chiara e facilmente comprensibile, con delle barriere a protezione degli utenti più deboli, evitando l’incrocio di flussi di traffico soprattutto tra utenti disomogenei (es. pedoni e auto, traffico leggero e traffico pesante…) e controlli delle forze dell’ordine.

Ho visitato tante città in Europa e in molte di essere c’erano intere zone con il limite di velocità a 30 km/h. Il punto è che quel limite era giustificato da tutta una serie di circostanze che rendevano il limite congruo con l’ambiente circostante. Con ciò voglio dire che, laddove c’era il limite, la città è stata “ridata” ai cittadini estendendo spazi pedonali, marciapiedi, piste ciclabili, potenziando i mezzi pubblici e così via.

In queste zone muoversi in macchina era scomodo perché si procedeva a velocità bassissima a prescindere dal limite. Detto proprio in altri termini, il limite era una necessità prima ancora che un divieto. Per limitare l’uso del mezzo privato non basta abbassare i limiti di velocità. Occorre rendere l’automobile sconveniente offrendo un’alternativa migliore e rendendo allo stesso tempo la vita di quartiere più piacevole. Il limite di velocità, quindi, era un tassello di un mosaico che ben si amalgamava con il contesto urbano.

Se non si ripensano i 30 orari come un tassello di un mosaico, l’abbassamento del limite sembrerà una misura arbitraria, utile solo per fare multe. A Bologna è in programma un rinnovamento urbano però quello che avrei fatto sarebbe stato abbassare limiti IN CONTEMPORANEA alla riqualificazione delle zone. Mettere il limite e poi riqualificare sembra il solito modo di fare prima quello che fa comodo e poi (poi…) quello che serve. Con tutti i se e i forse di un’amministrazione pubblica.

Se vi state chiedendo che c’entra questo articolo con l’attività notarile, beh, sappiate che un legame c’è. Si tratta sempre di regole e delle modalità di applicazione. Come Notaio sono tenuto ad applicare delle regole ma se le regole sono incongrue, inique o abnormi, sarà difficile giustificarle al cittadino se non sotto la minaccia delle sanzioni previste in caso di violazione.

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