Alla radice della questione surroghe – Parte II

Parte IV: vuoti normativi e vuoti etici

Nella prima parte di questo articolo ho spiegato come la vicenda delle surroghe non è una questione di cartello tra banche e notai come semplicisticamente affermato dal Corriere. Ho poi concluso con una domanda: le quietanze delle surroghe pagano i contributi? E se si, quanti?

In merito c’erano diversi orientamenti:

  1. Le quietanze pagano contributi e tassa archivio in misura proporzionale. Sarebbero i famosi 55 euro di media di cui parla il Corriere;
  2. Le quietanze pagano contributi e tassa archivio in misura fissa (sarebbero circa 30 euro);
  3. Le quietanze sono esenti da contributi e tassa archivio.

Prima della diffusione delle surroghe la questione era di importanza marginale ma, da quel che so, ci si orientava sul primo o sul secondo orientamento.

Ora finiscono le certezze e bisogna addentrarsi nei vuoti normativi ossia quelle “terre di nessuno giuridiche”. Sia chiaro: quello che segue è un po’ frutto delle mie deduzioni e di dichiarazioni che, per ragioni di privacy, non posso riportare per cui non voglio che quanto segue sia spacciato per verità assoluta.

Andiamo con ordine

Se ricordate, ho scritto che le banche hanno ridotto all’osso le spese per le surroghe. Bene, pare che alcuni notai abbiano cercato di fare lo stesso in modo tale da ottenere un profitto cospicuo nonostante i compensi imposti dalle banche. Come hanno fatto? Semplice, cercando nei vuoti normativi un appiglio per legittimare l’esenzione delle quietanze dal pagamento di contributi e tassa archivio. E, a quanto pare, ci sono riusciti. La norma che legittima l’esenzione sarebbe il settimo comma dell’art. 39 del testo unico bancario (d.lgs. 385/1993)[1]. Vi risparmio tutta la questione teorica, vi dico solo che in base alla teoria proposta, un notaio potrebbe raccogliere centinaia di surroghe in poco tempo senza versare contributi e tassa archivio.

Si tratta di una teoria assurda? No, tant’è che pare sia stata avallata anche da alcuni archivi notarili. Archivi che, ricordiamolo, non sono articolazioni del notariato ma del Ministero della Giustizia. Ciò però genera un’evidente stortura perché se, ad esempio, il notaio di Torino è esentato da oneri formali e contributivi e il notaio di Roma no (perché i relativi archivi seguono opinioni diverse) il primo, a parità di compenso, potrà fare un prezzo minore e ricevere centinaia di quietanze in un giorno mentre il secondo no.

Ok, niente di irreparabile direte voi, basta imporre che da un certo punto in poi si fa in un solo modo. Ed in effetti così è stato fatto. Il Ministero della Giustizia tramite gli Archivi ha aderito alla tesi più rigorosa per cui le quietanze andavano conservate negli atti ricevuti e assoggettate a contributi e tassa archivio in misura proporzionale. Tutto chiaro?

No, anzi, i casini iniziano adesso.

Parte V: the italian (screw)job

Ogni biennio il competente archivio notarile controlla tutti gli atti di tutti i notai del distretto. Quando dico tutti intendo proprio TUTTI. Ora, alcuni notai adottavano l’interpretazione più liberale (esenzione totale) già da qualche tempo e quando quegli atti sono stati ispezionati, l’archivio non aveva mosso rilievi oppure i rilievi si erano conclusi con un non luogo a procedere. Circostanza questa che ha ingenerato la convinzione che la teoria dell’esenzione fosse giuridicamente corretta.

Invece, dopo un paio di anni uno studio notarile che aveva raccolto un numero colossale di quietanze è stato condannato proprio per evasione di imposte e mancato versamento di contributi delle quietanze per averle ritenute esenti. La condanna è stata comminata dalla Corte di Cassazione, segno che la controversia è stata portata avanti fino alla fine. Molto ci sarebbe da dire in merito e purtroppo non è possibile farlo in questa sede. Di una cosa sono convinto: questo è il punto sul quale il Corriere avrebbe dovuto concentrare la propria attenzione. Se avessero approfondito quest’ambito ne sarebbe uscito un articolo molto più interessante e, soprattutto, veritiero.

Perché forse (forse) un giornalista serio avrebbe dovuto sforzarsi di capire come funziona davvero il sistema delle surroghe e delle quietanze, capire perché solo una minoranza di notai stipula surroghe e perché ci sono studi che ne fanno tantissime e altri quasi nessuna. A questo punto andare in fondo alla questione era un dovere morale che non comportava sfide impossibili: si tratta di esaminare atti pubblici emessi  da pubbliche autorità.

Un giornalista serio si sarebbe dovuto chiedere se tutta la vicenda non sarebbe potuta andare in altro modo, se fosse stata usata la dovuta chiarezza nel comunicare la diversa imposizione fiscale e contributiva delle quietanze. Si sarebbe dovuto chiedere se la condanna è arrivata per quietanze ricevute prima o dopo la determinazione del Ministero e, soprattutto si sarebbe dovuto chiedere quanti notai sono stati condannati per lo stesso illecito. Se si vuole essere coerenti, o non si condanna nessuno oppure si condannano tutti. Così la condanna è peggiore dell’illecito perché il condannato si sentirà un capro espiatorio se non un martire.

Io purtroppo non sono in possesso delle risposte. Resta il fatto che questa vicenda ha contribuito ad ampliare una spaccatura già esistente di cui non posso citare tutte le tappe. Il problema è che questa spaccatura non genera un confronto aperto e chiaro, cosa che, sono certo, gioverebbe all’intera categoria e, di riflesso, ai cittadini. Intendiamoci, se quelle che ho scritto sono boiate, se ho preso fischi per fiaschi sono lietissimo di essere smentito.

Non mi interessa avere ragione.

Io sono un Notaio, a me interessa la verità.

Parte VI: Conclusioni

Questo è, grosso modo, tutto. Ho cercato di scrivere nel modo meno complesso possibile ma non potevo scendere sotto un certo livello di semplificazione. I tecnicismi li ho ritenuti necessari per far capire come funzionano le cose con un sufficiente grado di precisione e soprattutto per evidenziare come le cose siano molto più complicate di quanto scritto nel Corriere. Per chi volesse chiarimenti o approfondimenti, non ha che da contattarmi. Vi ringrazio per avermi seguito fin qui e spero che la lettura sia stata, se non divertente, almeno interessante.

Un’ultima considerazione: man mano che passa il tempo, noto una crescente polarizzazione emotiva del giornalismo. Ormai non si scrive più per informare, far riflettere o divulgare ma solo per scatenare emozioni perché l’impronta emotiva è molto più forte del ragionamento e poco importa quindi che il contenuto sia vero, verosimile, falso o addirittura diffamatorio. La scrittura emotivamente impattante è più redditizia in termini di visualizzazioni e sponsor rispetto a quello veritiero ma emotivamente blando.

Mi spiace constatare che il pezzo del Corriere si inserisce in questa corrente a pieno titolo. Alla redazione del Corriere auguro di abbandonare questa strada e di ripercorrere quella del giornalismo nella sua concezione più luminosa e nobile.

Ad maiora.


[1] Il comma in questione recita “Agli effetti dei diritti di scritturato e degli emolumenti ipotecari, nonché dei compensi e dei diritti spettanti al notaio, gli atti e le formalità ipotecarie, anche di annotazione, si considerano come una sola stipula, una sola operazione sui registri immobiliari e un solo certificato. (…)”.

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