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Il ritorno della tassa di successione

Periodicamente si torna a parlare di alcuni tabù fiscali. I principali sono l’imposta patrimoniale e l’aumento dell’imposta di successione. Qualche giorno fa il segretario del PD Enrico Letta ha accarezzato l’idea tassare maggiormente le successioni dei “grandi patrimoni” ossia quelli superiori a 5 milioni di euro. Subito l’opinione pubblica si è divisa tra favorevoli e contrari, ciascuno con ragioni a proprio sostegno.

I favorevoli sostengono anzitutto che l’Italia, da questo punto di vista è una specie di paradiso fiscale visto che abbiamo delle imposte di successione irrisorie. In realtà non è proprio così nel senso che, sì, è vero che le nostre imposte sono molto basse, ma anche negli altri paesi esistono metodi per pagare imposte di successione molto basse. L’argomento più sensato è quello secondo cui la tassa di successione contribuisce a rimuovere ostacoli all’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Non a caso la tassa di successione è anche chiamata la “tassa sulla fortuna” perché si tratta di ricchezza che l’erede acquista grazie “alla fatica” del predecessore.

Anche le motivazioni dei contrari sono più che fondate. Si sostiene in primo luogo che è ingiusto tassare una ricchezza che è già stata tassata in sede di dichiarazioni dei redditi. Ossia: se io ho accumulato 5 milioni di euro lavorando e su quel lavoro ho già pagato le imposte sui redditi, è ingiusto che quel patrimonio venga ritassato in sede di successione. Inoltre, si afferma, per come è stato proposto, l’aumento dell’imposta potrebbe essere fiscalmente inefficiente ossia costare di più in apparato di recupero/riscossione rispetto al gettito fiscale atteso.

Entrambi gli orientamenti partono da petizioni di principio ossia su ciò che è giusto o sbagliato per cui non ha senso cercare di stabilire chi è nella ragione e chi nel torto. Chiaramente l’imposta deve essere costruita in modo molto attento ma fino ad ora il dibattito è rimasto a livello abbastanza superficiale.

Ci sono però due cose che trovo odiose nella proposta così come formulata. La prima è che viene fatta in un momento in cui si piangono parecchi morti e quindi a dir poco inopportuna dal punto di vista temporale. La seconda è l’utilizzo che si farebbe del maggior gettito sperato dall’imposta: dare un contributo di 10.000 euro ai diciottenni. Anzi, una “dote”. Ecco, oltre all’infelice uso del termine “dote”, questa è un’ulteriore conferma del fatto che quello italiano è un popolo incapace di guardare davvero al futuro. Perché invece di provvedere ad una ristrutturazione fiscale seria, ad una riforma a lungo termine del sistema di istruzione, ad un’ottimizzazione della spesa pubblica, ci si orienta verso la solita “elemosina di stato” spacciata come aiuto ai giovani ma che nelle (vere) intenzioni serve solo per accaparrare voti.

Perché, oggettivamente, con 10.000 euro non puoi avviare nessun progetto personale o imprenditoriale che sia. Con 10.000 euro non puoi andare a vivere da solo. Con un affitto irrisorio e mangiando scatolette, ci si può campare al massimo per un anno e mezzo, nemmeno la metà di un percorso universitario. Con 10.000 euro non puoi nemmeno mettere su un’attività che richiede un minimo di investimenti. Tanto vale spenderseli in un bel viaggio o per comprarsi una moto, ma queste possibilità non sono contemplate.